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LA LIRICA IN ITALIA. L'aria che tira ...

Intervista del 19 marzo 2016

  • Maestro stiamo vivendo un periodo di crisi generale. che aria tira per la lirica in Italia?

Buongiorno a tutti, il panorama operistico mondiale, storicamente si fonda su un glorioso passato italiano.

Troppo spesso ci si dimentica che la nostra cultura ha insegnato al mondo intero a dipingere, scolpire e fare il melodramma.

Di certo viviamo un’epoca dove l’immagine occupa un posto di assoluta ed, a mio avviso eccessiva, preminenza. Questo implica annessi, connessi e degenerazioni anche psicologiche, che si riflettono nelle giovanissime generazioni emergenti. Quasi ancor prima di avere terminato gli studi musicali, esse pensano già ad una rutilante carriera imperniata solo sulle agenzie e sull’immagine, senza avere avuto o ricercato l’importante possibilità di vivere ed “impregnarsi” degli insegnamenti dei “grandi”.

Essi, non potendo avere dei “mostri sacri dell’opera” come riferimento, non sentono più parlare di termini come “cavata”, “proiezione”, “armonico”, “fraseggio all’italiana” se non in modo abitudinario.

Ci siamo avviati da tempo ormai verso una standardizzazione ed omogeneità vocale che è riflesso della nostra epoca con conseguente abbassamento di livello generale rispetto ai grandi tempi d’oro della lirica.

  • Maestro, cosa pensa delle Istituzioni che dovrebbero preparare i musicisti del domani: i Conservatori?

Troppo spesso ormai nei conservatori si parla, per quanto riguarda il canto, sempre e solo di sostegno e appoggio quasi per inerzia. E’ come se dei medici dessero lo stesso farmaco a tutti i pazienti per tutte le malattie, non comprendendo invece che ogni strumento vocale è a se stante, ed un bravo maestro dovrebbe provare nella sua gola il problema dell’allievo per risolverlo agevolmente, mantenendo altresì integra la natura stessa della voce. Potenzialmente dannose per l’allievo le parole “schiarire” e “scurire”, l’una per cercare una falsa luminosità nella voce che inevitabilmente finirà col risolversi nel canto “aperto” (e non ha nulla che vedere con la proprietà armonica “la maschera”) e l’altro per trovare una falsa cavata che finirà a portare ad una incomprensione testuale pressoché completa.

La voce ed il suo timbro è quella che la natura ci ha fornito che, con adeguato studio, metodo ed intelligenza, si può (e non è detto assolutamente che lo sia per tutti) portare ad alti livelli tecnici di accento, fraseggio, ampiezza e proiezione. Tutto questo non è possibile insegnarlo in soli quaranta minuti alla settimana nei conservatori: è un percorso che necessita di molto tempo ben dopo il diploma. Questo farà la differenza tra un bravo cantante ed un artista completo.

  • Cosa pensa del nostro futuro musicale? Ci sono ancora voci degne per quest'arte?

Sarebbe fortemente auspicabile e di nobile intento riportare ai vertici la vecchia scuola di canto italiana, in una mentalità nazionale ormai quasi completamente esterofila in tutti i campi e per forza, forti di ciò che siamo stati, siamo e potremmo ancora rappresentare per il futuro musicale. Le voci italiane ci sono, bisogna però saperle educare nel modo corretto e dar loro il tempo fisiologico per maturare. Spesso gli allievi pensano che studiare da un “grande nome” sia sinonimo di sicuro apprendimento e qualità “alla pari”: purtroppo il campo è molto eterogeneo, io consiglio sempre di ascoltare la propria natura e se stessi, tenendo ben presente che ciò che è più importante nella musica è la ricerca continua della verità e del rispetto verso quest’arte.

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