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Intervista a Carlo Malinverno


Carlo Malinverno, Basso alla Scala di Milano, cantante lirico alla Fenice di Venezia e alla Welsh National Opera di Cardiff. Una biografia ed un repertorio affascinanti quanto ricchi e ambiziosi. Una carriera cominciata nel 2006 con degli studi pregressi che ne acuiscono lo spessore artistico-attitudinale e ne confermano la professionalità. Dopo aver concluso l’Accademia di Belle Arti di Brera, si diploma in canto lirico presso il Conservatorio di Musica "G. Verdi" di Milano.

Vince il concorso per frequentare il Biennio di Studi all’Accademia di Alto Perfezionamento per Solisti del Teatro alla Scala. Nasce a Milano, dove vive oggi.
Per una casuale opportunità è stato possibile concludere un’intervista con Carlo. Di seguito le 10 Domande postegli.

Vent’anni è l’età in cui cominciano le grandi biografie. In te sorgono proprio allora la passione e la consapevolezza. Stupisci per il grande curriculum ed il  repertorio. Raccontaci dei tuoi esordi. Come nasce tutto? Chi ti ha introdotto nel mondo del gran sipario?

R: Il mio inizio in questo meraviglioso mondo è iniziato per caso. All’epoca stavo per concludere l’Accademia di Brera, e tramite un amico di famiglia, sono venuto a conoscenza del fatto che in commercio esistevano alcuni dischi con incise delle basi musicali senza “linea di canto”. Sono andato in un negozio ed ho visto che ne esistevano per tutti i registri vocali: soprano, mezzosoprano, tenore, baritono e basso. Io non sapevo quasi nemmeno quali fossero le voci maschili e quelle femminili!
Mi sono affidato al caso e ne ho comprato uno: erano le basi per voce di basso. Ironia della sorte, avevo comprato quello giusto senza saperlo.
Ho iniziato a cantarci sopra “a orecchio” e notavo di non fare la minima fatica. Poi ho iniziato a prendere qualche lezione di canto, e presto l’insegnante, tra le risa, mi spiegò perché mi era tutto così naturale senza nemmeno avere un’impostazione vocale: cantavo all’ottava inferiore senza saperlo! Ero intonato, con una grande natura e, non sapendo la musica, per me era giusto così.
Da li ho iniziato a prendere seriamente delle lezioni, alle quali è seguito il conservatorio, parecchi concorsi e poi l’Accademia della Scala.
Questo è il mio disastroso inizio.

Opera lirica. Annoveri ruoli nelle più grandi rappresentazioni. Nell’Aida, in Macbeth e nel Rigoletto di Verdi. Presente ne Il barbiere di Siviglia di Rossini, nella Turandot di Puccini, nel Don Giovanni di Mozart. Molti altri Classici ancora ti rendono un noto attore d’Opera lirica. Quale parte, tra tutte quelle da te interpretate, esercita maggior fascino? In quale riscontri maggiore affinità?
Die zauberflote, Sarastro, Glyndebourne

R: Domanda molto difficile. Sono tutte così diverse!
Ognuna di loro fa uscire sempre un lato nuovo e diverso della mia personalità: Don Basilio, per esempio, mi ha insegnato a sciogliermi in scena; così come Timur a ricercare un’introspezione, una cecità emozionale di un vecchio dal cuore spezzato che trascina quasi le sue spoglie mortali, ormai alla fine dei suoi giorni. E’ così per ogni ruolo. Naturalmente i ruoli che più mi affascinano sono i “grandi ruoli”, prevalentemente sacrali o ieratici, ai quali si arriva soltanto dopo parecchi anni di palcoscenico, anche perché richiedono, oltre alla bravura tecnica, una maturità che certo non si possiede a 25 o 30 anni. Per esempio Fiesco e Filippo II (Simon Boccanegra e Don Carlo). Ma l’emozione che vivo ogni volta è grande: in scena non sono mai Carlo Malinverno, mi sento realmente il personaggio che vive in quel preciso momento all’interno dell’opera, provo esattamente quello che dovrebbe provare il mio personaggio, vivo realmente i suoi stati d’animo e quelle che sono le sue preoccupazioni, le sue paure. Non sarebbe possibile né accettabile recitare la parte del cantante che a sua volta recita per finta: risulterebbe monotono e non credibile. Si noterebbe immediatamente la reale assenza di intenzioni vere.
Gli appassionati d’opera sono molto attenti a questo. In platea deve sempre arrivare un’emozione comunicativa, ed il pubblico deve sempre avere il meglio.

I Grandi Maestri. Dacci una lettura critica e personale dei grandi autori.

ritratto intervistaR: Credo che questa sia la domanda più difficile e vasta che mi abbiano mai fatto: rispondo in modo sintetico.
Ognuno di loro è un potente amico di ogni musicista ed insegna cose diverse. Molte opere ti insegnano veramente a cantare.
Il periodo del bel canto per esempio: Bellini in primis.
Per un basso questo è un autore che non si può cantare se manca una certa padronanza tecnica; non sarebbe possibile cantare i suoi ruoli “sul fiato”, o sull’aria come si dice in gergo, senza una cognizione tecnica per il semplice fatto che le sue stupende melodie sono state scritte tutte sul “passaggio” della corda di basso.
Lui insegna ed impone per forza di cose la morbidezza, il fraseggio l’uguaglianza d’emissione. Dico impone perché se non si trova la chiave giusta non si può cantare Bellini, o almeno, non come lo si dovrebbe fare.
Stessa cosa per alcuni ruoli di Mozart, il controllo è fondamentale; non si canta solo con la voce, ma con gli occhi, con il corpo. Analogamente ma con accezioni diverse per Verdi, Rossini e tutti i grandi musicisti.
Nell’opera lirica, ed in palcoscenico in particolare, è facile farsi prendere troppo dalla musica; da un lato, può essere positivo per l’interpretazione dall’altro pericoloso dal punto di vista tecnico-esecutivo. Tutto sta a trovare un giusto equilibrio tra le parti. Noi lavoriamo con la testa più che con la voce, lavoriamo nella “dimensione dell’infinitamente piccolo”, e l’intento è quello di abbattere sempre ogni minima tensione.

Adesso qualcosa sul mondo in cui lavori. Colleghi: competizione o collaborazione, cosa di più?

R: Io come tutti i miei colleghi lavoriamo in ogni produzione d’opera con gente nuova, cantanti diversi, direttori d’orchestra mai conosciuti prima, registi nuovi.
Questa moltitudine di persone e di personalità così poliedriche e diverse tra loro, obbligano l’artista ad instaurare un rapporto di tipo discorsivo, un confronto ed uno “scontro” continuo. Quando questo confronto-scontro diventa costruttivo e tutto viene messo in discussione, cosa che si auspica ogni cantante, a mio avviso, ogni individualità ne esce più rafforzata ed arricchita sia da un punto di vista umano che artistico.
Insegnanti. Chi ha segnato il tuo percorso?
R: Spesso mi è capitato di lavorare con grandi artisti di incredibile esperienza e cultura: un esempio su tutti sono state le mie insegnanti all’Accademia della Scala: Leyla Gencer e Mirella Freni. Personalità di questo calibro, fanno capire, riflettere e rivalutare molta gente, che ha 40 anni in meno di esperienza rispetto a loro, e malgrado questo crede di essere arrivata all’apice.
Per me il periodo alla Scala è stato molto formativo ed importante ed ognuno degli insegnanti a suo modo contribuisce a segnare sempre un percorso, di chiunque, anche se ho sempre creduto che i migliori maestri della nostra voce siamo noi stessi.
Si cerca di stare sempre nel giusto, in un sottile equilibrio in bilico costante tra emozione ed attenzione: l’importante è evitare sempre la sterilità esecutiva, ma, difficilmente quando si canta in modo monocorde si comunicano stati d’animo autentici.

La carriera di Basso comincia anagraficamente dopo rispetto a chi è vicino ad altre forme di canto lirico. Come mai?

R: Domanda semplice, questa, ma inesatta. Più che la carriera sarebbe opportuno parlare di “vocalità”. Non esistono altre forme di canto lirico, semmai diversi stili, questo si.
Il perché inizino anagraficamente in ritardo rispetto alle altre voci è facile: le voci acute (soprano e tenore) sono quelle che prima si sviluppano, che prima si completano e che quindi iniziano prima la professione.
Carlo Malinverno, concerto a Glyndebourne
Al contrario, le voci gravi (baritone e basso) maturano dopo, la “muta della voce” avviene in ritardo rispetto agli altri registri anche per fattori ormonali. Esse iniziano quindi in ritardo la carriera ma, di norma, sono anche le vocalità più longeve perché esposte ad un numero infinitamente minore di vibrazioni rispetto a soprani e tenori.

A cosa hai dovuto rinunciare per arrivare dove sei oggi? È stato difficile compiere delle scelte? Quali ostacoli hai incontrato?

R: Io sinceramente non mi sento arrivato proprio da nessuna parte. Cerco di fare sempre tutto al meglio delle mie potenzialità, cosciente del fatto che sono solo all’inizio della mia carriera ed ho ancora tanto, tutto da imparare dai grandi cantanti di vecchio stampo, rimasti ormai in pochi, purtroppo.

Famiglia, Amore. Chi ti accompagna maggiormente nella vita? Chi ti ha sostenuto in passato? E se c’è stato, chi ha cercato di frenarti?

R: Nessuno ha cercato di frenarmi. Ho avuto invece la fortuna di avere una famiglia che mi ha permesso di fare le mie scelte in modo autonomo ed incondizionato, e poi l’enorme dono di avere al mio fianco Chiara, una persona unica e speciale che mi accompagna, mi aiuta nei momenti di maggiore difficoltà e mi fa stare sempre bene, mi capisce in ogni mio momento, dalla tensione in camerino all’adrenalina dopo la recita, ai momenti più spensierati. Come nel canto così nella vita privata, secondo me è molto importante capirsi con una sola occhiata: e molte volte le parole risultano addirittura superflue.

Qualche consiglio per chi volesse intraprendere la tua stessa carriera.

R: Non fatelo se avete i nervi deboli, ma, se la passione è ancor più forte dei vostri nervi, allora buttatevi a capofitto in questa meravigliosa crescita che non avrà mai fine.
Imparate a conoscere in modo capillare il vostro corpo e ricordatevi che la voce è solo una parte di quel che serve per fare i cantanti d’opera.

Finiamo l’intervista. Sperando di poterti ascoltare anche in territorio siciliano, al Teatro Massimo di Palermo o al Bellini di Catania, ti auguro buon lavoro. Porgi un saluto a chi ti ha letto in quest’intervista e dai loro un motivo per seguire l’Opera Lirica.

R: Spero anche io di venire presto a cantare nella vostra meravigliosa terra e tra la vostra gente, conoscere i vostri luoghi e (cosa di cui vado enormemente fiero di essere italiano) la vostra cucina! Adoro la cucina italiana: credo sia una delle nostre eccellenze nel mondo.
Saluto tutti gli amici, gli appassionati di lirica e tutti coloro che amano la musica: sono proprio loro, il motivo, il motore che spinge ogni cantante a dare sempre il meglio. Grazie, grazie di tutto amici!
Grazie anche a te Giuseppina per questa bella intervista ed un grande in bocca al lupo per la tua carriera.

I tagli alla cultura sono drammi sociali, ma mai forti e trascinatori quanto quelli che l’uomo esprime attraverso l’arte. Non c’è impeto maggiore del voler manifestare ciò che racchiudiamo. Le tragedie delle nostre vite sono i traini di autori ed interpreti. Che sia una verità da altri mascherata, che sia il dolore per un amore o la libertà di una scelta. La crisi non può esistere quando è il Senno dell’Arte a guidarci.

Giuseppina Biondo, 26 giugno 2011